Lo spacciagiochi: Bruti, un gioco gradevole agli occhi ma niente di più

Parlavano tutti di Bruti, come potevo non provarlo? Ho invitato Nicola a casa e… insomma, meno male che almeno avevamo la birra.

Bruti è un gioco italiano creato e illustrato da Gipi, è stato finanziato tramite crowdfunding su Ulule, raccogliendo 68.123 €, quasi tre volte quanto richiesto (25.000 €). Sul sito di Bruti viene definito “Il giocone”. Tutti ne parlano, l’aspettativa è alta.

Io ero titubante, ma Nicola si è buttato nell’acquisto della Collector’s Edition, ci troviamo quindi insieme per aprirla, ed è la classica scatola quadrata con la U di cartoncino dentro. Guardo i mazzi di carte destinati a spargersi in ogni dove una volta spacchettati, poi provo a infilarli nel sacchetto di tela, incluso, e mi rendo conto che non si chiuderebbe più la scatola. Fortuna che a casa mia i sacchettini di plastica non mancano mai e rimediamo con quelli.

Bruti materiale

Anche Fantasy Flight, amante di queste scatole così minimali, è in grado di mettere due alette di cartoncino da sollevare per bloccare le carte, ma qui non ci sono. Ma poi… non dovevano esserci le bustine per le carte in questa edizione? Mi sa che se le sono dimenticate.

Aperta la plancia ci chiediamo a cosa possa servire un pezzo di cartoncino senza riquadri e pensi che i soldi che sono stati spesi per questo oggetto di dubbia (nulla) utilità avrebbero potuto essere spesi per migliorare la scatola.

Il gioco è bello da vedersi, ben illustrato, per cui cerchiamo di farci tornare l’entusiasmo, complice anche la birra di cui sopra. Iniziamo a preparare i personaggi, ma già qualcosa non torna: la carta movimento, cruciale nella partita, quando si pesca? Non è scritto da nessuna parte. Perché ci sono così tante armi, tutte diverse esteticamente, ma tutte riconducibili a due categorie (una mano, due mani)? Ci sono delle differenze tra armi da taglio, da penetrazione e da impatto? No, nessuna.

Iniziamo a combattere. Mi attacca, io paro, ri-attacca, io schivo e sono in attacco, ma non ho niente da fare. Se esaurisco il movimento posso pescare senza passare in difesa, ma quando si pescava quel diavolo di movimento?

Bruti dannoDopo un po’ di botta e risposta il gioco sembra un mero “pesca una carta e spera che ti vada di culo”. Nicola mi assesta un colpo poderoso, pesca il danno e… ed è una carta che mi permette di reagire tipo berserk: invece di subire un danno io gli svuoto la mano e poi lo colpisco.

Quando si è feriti si possono pescare meno carte. Geniale. Così facendo quando sei in difficoltà resti in difficoltà.

Se ti costringo a scartare carte per evitare danni io vengo preso dal fervore e ne pesco un’altra, generando così una possibile combinazione che consente all’attaccante di infierire senza che l’altro possa fare niente.

Non vi basta? Nel mazzo dei danni è possibile anche inserire una carta che fa morire chi la pesca all’istante e una che gli dà un bonus conferito dagli dèi.

Dopo un po’ Nicola è rimasto con una mano da 2 carte ed era impossibile per lui riprendersi, abbiamo quindi chiuso la partita. Leggendo poi le regole per il combattimento a squadre ci si rende conto che non cambia nulla, il gioco resta completamente casuale, ripetitivo e noioso.

Scopro poi che su internet si trova un nuovo regolamento, versione 1.1, si trovano le FAQ di ben DICIASSETTE pagine e si trova persino un tutorial (giuro!) per realizzare in casa i separatori di cartoncino per le carte da inserire nella scatola. Il gioco è appena uscito e ci sono 17 pagine di FAQ? Seriamente?

Va bene il disegnatore famoso, ma non basta una campagna di crowdfunding di successo per fare un gioco. E qui mi sento una voce nelle orecchie che dice “l’editore non è mica solo quello che ci mette i soldi” (Sì, Mario, sto pensando a te). Sono uno che apprezza il crowdfunding, ma dietro dev’esserci qualcosa di solido.

L’autore ha passato tre anni a crearlo, ma se non erro è più o meno il tempo che Andrea Chiarvesio e Pierluca Zizzi hanno impiegato a realizzare Hyperborea. Stesso tempo, diversi risultati.

Niente da fare, meno male che avevamo la birra.

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