Stranger Things, la recensione

Da quando è approdata su Netflix, Stranger Things ha fatto parlare moltissimo di sé. Procuratevi una tuta anti-contaminazione e una torcia: in questa recensione ci addentreremo nella serie che ha dominato l’estate 2016.

La copertina originale di Cose preziose.
La copertina originale di Cose preziose.

La storia di Stranger Things inizia con un rifiuto, quello ricevuto dai fratelli Duffer nel momento in cui si sono proposti come registi per il remake di It che arriverà al cinema il prossimo anno; i due hanno deciso, allora, di dedicarsi allo sviluppo e alla realizzazione di una serie televisiva che rendesse omaggio alle atmosfere della fantascienza anni ottanta, scolpita nelle menti di milioni di esseri umani dall’abilità di maestri quali Steven Spielberg, Ridley Scott, John Carpenter e, ovviamente, Stephen King. Il design del titolo chiama subito in causa il celeberrimo e prolifico autore: sembra infatti che l’ispirazione per esso sia venuto dalle copertine delle edizioni originali di alcuni suoi romanzi, tra cui, per esempio, Cujo (1981), La zona morta (The Dead Zone, 1979) e Cose preziose (Needful Things, 1991). I rimandi e le citazioni ad altre opere, in ogni caso, non si fermano qui e non si limitano al cinema americano, ma si spingono fino ad alcuni anime giapponesi, tra cui Elfen Lied (エルフェンリート, 2004). Questo patrimonio narrativo ed iconografico arriva sullo schermo filtrato dalla storia della misteriosa sparizione di un bambino nell’anonima cittadina americana di Hawkins; amici e parenti si metteranno alla sua ricerca, scoperchiando un vaso di Pandora che conduce a destinazioni inaspettate.

In un certo senso, un po’ come la prima stagione di American Horror Story (2011), Stranger Things è un elaborato remix di temi, immagini e suggestioni tipiche di un certo genere narrativo, anche se a differenza della serie creata da Ryan Murphy il gioco è forse condotto con più attenzione e raffinatezza cinefila. Non è di poca importanza notare che i fratelli Duffer sono nati nel 1984: è chiaro, quindi, che gran parte dei loro ricordi di quel decennio così importante per la cultura popolare siano indiretti, legati più che altro a film, libri, canzoni, serie televisive, e infatti la loro creatura non vuole in nessun momento essere una rappresentazione eccessivamente realistica degli Stati Uniti di allora, ma piuttosto un’operazione volta a restituire sullo schermo ciò che è rimasto sedimentato nella memoria collettiva – anche di chi allora non era ancora nato – del periodo in cui Star Wars era soltanto una trilogia e nei cinema scorreva la pellicola di Dark Crystal (The Dark Crystal, Jim Henson, Frank Oz, 1982): gli anni ottanta non come erano realmente, ma come li immaginiamo.

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Gli effetti speciali utilizzati sono di livello più che buono per una serie televisiva, e il design degli elementi soprannaturali richiama molto spesso quello ideato per Alien (Ridley Scott, 1979) da H.R. Giger, adeguatamente ibridato con il terrificante aspetto del mostro de La cosa (The Thing, John Carpenter, 1982) e infuso di una vaga suggestione fiabesca che sembra provenire da Il labirinto del fauno (El laberinto del fauno, Guillermo del Toro, 2006), senza dimenticare la cieca e brutale animalità della bestia feroce al centro de Lo squalo (Jaws, Steven Spielberg, 1979). Alcune sequenze, come l’inseguimento di un gruppo di ragazzini in bici, richiamano evidentemente E.T. l’extraterrestre (E.T. the Extra-Terrestrial, Steven Spielberg, 1982), certo all’interno di un contesto molto più cupo e genuinamente inquietante, mentre alcuni snodi della trama riportano chiaramente alla mente Poltergeist – Demoniache presenze (Poltergeist, Tobe Hooper, 1982).

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Tutto questo, tuttavia, non riuscirebbe a trovare una propria identità se non fosse sorretto da una storia interessante ed avvincente, che all’interno della stratificazione di riferimenti riesce a trovare una propria anima, grazie anche ad interpretazioni sentite ed efficaci, tra le quali vale senz’altro la pena citare quelle degli attori più giovani (Millie Bobby Brown, Finn Wolfhard, Gaten Matarazzo, Caleb McLaughlin). È degna di nota anche la prova ispirata – ed appropriatamente sopra le righe – di Winona Ryder. Stranger Things è uno show corale che frammenta le investigazioni su più gruppi, spingendoli ognuno lungo strade diverse, anche narrativamente: alla detective story in senso classico si aggiunge il film adolescenziale e la storia di formazione, scoperta e crescita di un gruppo di bambini. I personaggi, divisi in piccole compagnie, si spostano continuamente come in un gioco di ruolo alla ricerca di risposte, formando (o riaprendo) relazioni, conoscendosi e svelandosi strada facendo, creando un’ampia rete di rapporti che riesce a dare spazio ad ognuno. I tanti segreti e misteri confluiscono in un finale che, com’è d’obbligo di questi tempi, contemporaneamente chiude ed apre, in previsione di una seconda stagione che è già in corso d’opera. Sarà interessante scoprire quale direzione prenderà – e come si innoverà – la ragnatela di rimandi diretti ed indiretti messa in piedi dai fratelli Duffer.

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