Bitterbynde – Ovvero dalle stelle alle…

Forse non sono solo i sequel dei film che spesso non sono all’altezza dell’originale: ci sono trilogie che farebbero meglio a… non essere trilogie. E Bitterbynde, di Cecilia Dart-Thornton, ne è un triste esempio…

Illustratrice e graphic designer australiana, Cecilia Dart-Thornton debuttò come scrittrice di romanzi fantasy, con notevole successo, nel 2001, quando fu pubblicato il primo libro della Bitterbyne Trilogy, ossìa “The Ill-Made Mute” (in Italia “La ragazza della torre”).

Proprio la trilogia per cui è più famosa è però, secondo me, un esempio di allungamento sbagliato in tre libri di una storia che avrebbe potuto essere conclusa in un solo libro non troppo corposo o in due libri un po’ più piccoli.

Storia peraltro cominciata alla grande, con un intreccio interessante.

Ma procediamo con ordine. Io Dart-Thornton non la conoscevo proprio, ma un bel giorno mi capita di imbattermi nel libro “La ragazza della torre” in una libreria della mia città, ne leggo la trama e mi incuriosisce moltissimo.

Lo compro, lo leggo e ne resto affascinato. Il racconto non è per nulla banale: comincia con il racconto di una “creatura” misteriosa che si muove, arranca nel bosco fino ad arrivare ad una torre, e si continua a leggere perché il ritmo è intrigante e la storia molto articolata e misteriosa, oltre ad essere ricchissima di riferimenti alle leggende del “piccolo popolo”.

bitterbynde-vol-1La sequenza di eventi che ne consegue è, secondo me, un piccolo capolavoro di fantasy-feyfolk che fonde gli elementi di un epic fantasy, appunto, con quelli di racconti di fate, folletti e gnomi della letteratura irlandese, sullo sfondo di lotte di potere e permeata dal mistero sull’identità e le origini della creatura protagonista del libro. I personaggi, oltretutto, appaiono vivi e pulsanti, e anche i ruoli considerati più banali come quello del “mago cattivo” o del “cavaliere crudele” sono trattati in modo peculiare. Le situazioni sono emotivamente cariche, la creatura muta viene descritta perfettamente nella sua gestualità, la bellezza viene descritta a volte con tratti terribili, i riferimenti precisi alla mitologia irlandese vengono amalgamati abilmente rendendoli sfondo e parte dell’intera trama. Colpi di scena, azione e sentimento fino all’epilogo delle ultime pagine che rappresenta un po’ la fine di un ciclo che ne preclude un altro. Alzo gli occhi dall’ultima pagina, e con una lacrimuccia mi chiedo “E ora?”.

Eccitato e fiducioso compro di botto gli altri due della trilogia: “La dama delle isole” e “La signora di Erith”.

E qui l’amara sorpresa.

bitterbynde-vol-2Il secondo libro si rivela pessimo da un punto di vista compositivo, sembra quasi scritto da un’altra persona: la trama, seppur ancora abbastanza interessante, viene diluita e rarefatta da una descrizione puntigliosa e pedante delle scene che fanno da sottofondo all’azione: si decrivono arredi barocchi, vestiti pomposi, pranzi dalle portate interminabili e suppellettili di lusso fino alla più piccola rosellina, alla più fine piuma di fagiano e al più vezzoso fiocco… pagine e pagine di inutili orpelli che hanno il sapore (e la puzza) di pezze per aggiungere pagine alla storia, che pur essendo quasi soffocata da queste cortigianerie (mi si passi il termine) ancora regge con situazioni abbastanza intriganti e una giusta voglia di sapere come finirà.

Non mi do per vinto, ho ancora una speranza: il terzo libro della trilogia. In un caso come questo è il terzo libro che può decretare il successo di una trilogia che sembra traballante. Perché se il primo libro ha il sapore dell’avventura, è semplice e diretto, e il secondo è pomposo, lento e ridondante può anche essere un effetto voluto: il secondo libro descriverebbe una pomposa e sofisticata vita di corte in contrasto con la semplicità dei personaggi e dei racconti del primo libro. E questo aspetto solo nel terzo può venire a galla, con un ritorno all’originaria semplicità: se ciò avviene, la trilogia appare un gigantesco corpus unico, in cui vengono evidenziati più piani di esistenza contrastanti dei protagonisti: il lato semplice contrapposto a quello sfarzoso, la realtà quotidiana raffrontata alla vacuità degli intrighi di corte e così via.

Ma purtroppo… altra delusione.bitterbynde-vol-3

Il terzo libro appare pessimo quanto il secondo: la storia si sfuma in una melassa amorosa degna di un romanzetto rosa, con situazioni-cliché patetiche e stantie, descrizioni degli abiti e degli ambienti talmente sfarzosamente minuziose da farmi figurare le fantasie di una casalinga con il complesso della principessa,  la trama interrotta di continuo da richiami a storie mitiche inutilmente lunghi e tediosi, uno dei quali talmente esteso da sembrare un romanzo nel romanzo e quasi offusca quella che dovrebbe essere la trama principale.

Come buttare alle ortiche un libro eccellente per farne per forza altri due piuttosto mediocri. Ne avesse fatti almeno solo uno, in una bilogia, probabilmente oggi Bitterbynde sarebbe ricordata in modo più felice. Forse è stato l’editore ad imporle una scelta così, forse il primo libro è stato un colpo di genio che l’autrice non è stata in grado di sfruttare o ha voluto sfruttare troppo, non lo so.

So solo che, quando sono arrivato all’ultima pagina del terzo libro mi sono detto: “Peccato!”…

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