Commento a caldo su Star Trek: Discovery 1×01-02

Una riflessione a caldo sugli episodi di Star Trek: Discovery 1×01 e 1×02 andati in onda ieri, assieme ad alcuni commenti a confronto. Attenzione, spoiler!

Ci siamo: dopo 12 anni di limbo spezzati solo dal reboot cinematografico di J.J. Abrams, Star Trek torna in TV, per la prima volta come show on demand, e dopo una lunga e travagliata gestazione.

La storia è questa: dieci anni prima delle avventure del Capitano Kirk, dopo quasi un secolo di silenzio nelle relazioni fra la Federazione e l’Impero Klingon (apparentemente frammentato e diviso al suo interno), la U.S.S. Shenzhou viene attirata sulla soglia di casa dei Klingon rappresentati da T’Kuvma (Chirs Obi) che ritiene di essere colui che riunirà le 24 casate come fece secoli prima Kahless l’Indimenticabile. Ovviamente, il modo più facile per riunire una razza guerriera è chiamarla alla guerra e T’Kuvma ottiene il suo scopo nonostante il Capitano della Shenzhou tenti a tutti i costi di evitare lo scontro, contro il parere del suo primo ufficiale che arriva addirittura all’ammutinamento pur di lanciare l’attacco per primi. Alla fine, la Flotta Stellare subirà perdite molto pesanti, i Klingon avranno trovato il loro nuovo martire attorno al quale riunirsi e il primo ufficiale Michale Burnham (Sonequa Martin-Green) – protagonista della serie – viene condannata all’ergastolo per la sua condotta.

Cominciamo col dire che, mesi e mesi di segretezza sono stati gettati alle ortiche con i primi due trailer di qualche mese fa che – in pratica – non si limitano ad anticipare qualcosa dell’episodio pilota: lo riassumono.

Esattamente come i trailer danno un assaggio di qualcosa per spingere il pubblico a vedere l’opera nella sua interezza, anche questo episodio pilota si potrebbe in realtà definire come l’elaborato e corposo trailer di una serie che – in realtà – non comincia con questo episodio pilota. E non è solo un’impressione del sottoscritto: molti degli attori protagonisti della nuova serie non appaiono e non sono neanche nominati in questi due episodi (a cominciare dal Capitano Lorca interpretato da Jason Isaacs) e non appare neanche la nave che dà il nome alla serie, la U.S.S. Discovery. Per di più, di quelli che appaiono, non tutti arrivano vivi alla fine dell’episodio a causa dello scontro con i Klingon (e anche questo, lo si poteva intuire dai trailer, quelli veri).

Difficile quindi dare un giudizio su un paio di episodi che si pongono come prologo, alla lontana, di una storia che promette di svilupparsi e mutare nell’arco di altre 13 puntate. Di certo c’è che l’inizio di Star Trek: Discovery – per questa caratteristica – non è assimilabile a niente che si sia mai visto prima in Star Trek, neanche a Deep Space Nine (nonostante erediti la serialità da quella serie). Forse ha più cose in comune con l’episodio pilota di Star Trek: Voyager, dato che anche in “Caretaker” l’equipaggio della nave subisce moltissime perdite. Ma il paragone finisce qui.

Discovery prende a piene mani dall’immaginario della saga ma lo trasferisce in una dimensione decisamente più matura e cinematografica che vuole risultare originale pur rimanendo ancorata alle origini.

La cosa è particolarmente evidente con l’aspetto dei Klingon, che così tante critiche ha sollevato fra i fan: ho provato ad immaginare le scene con i Klingon come se fossero stati truccati alla maniera classica, con barba e capelli. Il risultato è che probabilmente non avrebbero affatto attirato l’attenzione dello spettatore più di tanto, e sarebbero risultati incongrui con questa nuova sfumatura radical-religiosa che gli autori gli hanno dato e che è utile allo spettatore per cominciare a capire il loro punto di vista (e a riflettere in maniera subliminale ai fondamentalismi del nostro tempo). Sarebbero risultati i soliti Klingon (vagamente trogloditi) che cercano una scusa per iniziare una guerra. E di certo il pilota avrebbe perso mordente, in questo modo.

Discovery mi sembra un tentativo (che definirei riuscito, come prima impressione) di rifare il trucco a Star Trek non secondo la scuola di J.J. Abrams, che ha truccato Star Trek da qualcos’altro, ma con lo spirito piuttosto di valorizzare l’originale come farebbe un bravo truccatore.

Non è poi solo il finale aperto ad invogliare la prosecuzione della serie (ricordo che si tratta di una serie on demand, quindi non deve stupire più di tanto che si cerchi di tenersi stretti gli abbonati con questa strategia) ma il comparto tecnico, recitativo e scenografico che è di alto livello. Ritengo che anche chi non ha mai visto Star Trek prima di Discovery possa apprezzarla (forse, anche di più di un fan di vecchia data) e rimanere affascinato dal mood generale della serie e dalla sua protagonista.

Il giudizio è positivo ma sospeso, come il finale del doppio episodio.

Per rimanere aggiornati su tutto ciò che riguarda Star Trek, tenete d’occhio TG Trek, mi raccomando!


Abbiamo pensato di inserire qui i commenti di altri membri dello staff di Geek.pizza:

Matteo

Da neofita del canone Trek credo sia un grande ritorno della saga. tecnicamente è superba, e narrativamente molto più intrigante e meno prevedibile di quanto si poteva supporre. Ho apprezzato moltissimo la scelta di non mostrare subito la Discovery e di non dire quasi nulla nei primi due episodi, ma farci solo intendere la situazione generale

sarebbe stato davvero troppo facile buttare la Discovery al salvataggio della Shenzou, e me lo aspettavo, invece mi hanno stupito, e apprezzo le serie che mi stupiscono

Francesco

Sicuramente non sono esperto di Star Trek quanto Riccardo, ma ho sempre trovato interessante Star Trek ed ero in trepida attesa di potermi ritagliare due orette da dedicare a Discovery. Ho letto parecchie critiche all’aspetto delle tecnologie, delle divise e via dicendo, ma le liquiderei subito: nel 2017 non era possibile realizzare una serie che ricordasse quella del 1966.

Se vogliamo criticare il delta della Federazione sulla sabbia, d’accordo, ma se diciamo che Star Trek è stato trasformato in un telefilm di guerra, non credo si sia colta l’essenza di Discovery. Nel 1966 Roddenberry si rivolgeva agli Stati Uniti post seconda Guerra Mondiale, si parlava di guerra fredda e di razzismo perché quelli erano i temi del momento.

Oggi Discovery parla di estremisti (e nei Klingon possiamo vedere il Ku Klux Klan tanto quanto i militanti dell’ISIS) e fa riflettere sui vari modi di reagire a questo problema e lo fa in una chiave moderna, rapida e senza tanti riguardi. Non ci sono più i personaggi immortali di un tempo, oggi la narrazione di Star Trek sembra essere più vicina alla visione di Ronald D. Moore, che lo ha portato a realizzare la nuova Battlestar Galactica nel 2003.

Vedremo nei prossimi mesi come si svilupperà la trama, ma Star Trek: Discovery per me è promossa, a partire dalla sigla, che sulle note finali mi ha fatto venire la pelle d’oca.

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