Geekhistory – I Replicanti: da Blade Runner al principe di Sansevero

La figura del replicante è parte integrante della cultura nerd, ma è possibile ritrovarla anche tra le pieghe della storia? Probabilmente sì.

In questi giorni l’attenzione di buona parte del popolo geek è stata assorbita dall’uscita del nuovo trailer di Star Wars: gli Ultimi Jedi, del quale abbiamo già avuto modo di parlare su questa rubrica e che sono sicuro che ci fornirà in futuro nuovo materiale adatto alla nostra “missione” di scovare parallelismi tra l’universo nerd e la vera storia. Ma poco tempo prima questo stesso universo è stato scosso dal ritorno nelle sale cinematografiche di un vero e proprio cult, un film che ha rivoluzionato, anzi, inventato un genere: stiamo parlando naturalmente di Blade Runner 2049, seguito del capolavoro di Ridley Scott del 1982, tratto come tutti sanno dal racconto di Philip K. Dick Il cacciatore di androidi (Do Androids Dream of Electric Sheep? In lingua originale) del 1968.

È una delle prime volte in cui il cinema moderno familiarizza con il concetto di androide, o replicante, anche se c’erano stati vari precursori: nel primo film della saga di Alien, diretto sempre da Scott nel 1979 compariva il personaggio di Ash, l’ufficiale scientifico facente parte dell’equipaggio della Nostromo che si rivelava essere un androide dalle fattezze umane, mentre volendo andare ancora più indietro, nei film di Star Wars, girati a partire dal ’77 (lo so, è davvero difficile parlare di fantascienza cinematografica senza tirare in ballo SW) i droidi dalla forma umanoide sono una presenza fissa, sebbene non si possano considerare replicanti a tutti gli effetti.

A confermare l’infatuazione che il cinema di fantascienza ebbe nei confronti della figura dell’androide nella prima metà degli anni Ottanta è sufficiente aggiungere a questa piccola lista forse l’androide per eccellenza, il terribile robot assassino che imparammo a conoscere grazie al film di James Cameron del 1984 Terminator, protagonista di una (fortunata e sfortunata) serie di seguiti e adattamenti vari.

Ma perché la figura dell’androide è così cara alla fantascienza? E soprattutto: come si lega alla storia umana? Alla prima domanda è abbastanza semplice rispondere: perché essa è centrale in una vasta produzione letteraria, capitanata da due veri e propri giganti del genere; stiamo parlando naturalmente di Asimov e Dick, con ogni probabilità gli autori che hanno contribuito più di chiunque altro a creare la figura dell’androide diffusasi poi nell’immaginario collettivo. Il contribuito maggiore lasciatoci da Asimov sul tema degli androidi è senza dubbio costituito dal suo ciclo di racconti sui robot positronici e Multivac, racchiuso nell’antologia nota come Tutti i miei Robot. È qui che egli postula le celeberrime tre leggi della robotica, che controllano e definiscono i limiti del comportamento degli androidi, un concetto che si è radicato cosi profondamente nella società e nella comunità scientifica (anche grazie all’autorevolezza di Asimov, egli stesso uno scienziato) da essere usato come modello per veri ed attualissimi studi sulla robotica.

Nel caso di Dick la produzione riguardante i replicanti e in generale gli androidi è più ridotta, ma può contare su vere e proprie pietre miliari del genere: al famosissimo Il cacciatore di androidi si aggiungono I simulacri, La penultima verità, Impostore

Mentre Asimov analizza la componente logica dei robot e si pone delle domande sulla loro interazione con il mondo in funzione delle loro virtualmente illimitate capacità cognitive, tuttavia, la visuale di Dick è più pessimistica, e si focalizza sul tema del confronto tra androide e umano, e di come questo confronto generi irrimediabilmente conflitto. Tutto ciò però cosa ha che fare con la storia, a parte i recenti e maggiormente innovativi studi sulla robotica finanziati e portati avanti da colossi come Google? In realtà molto di più di quanto si pensi poiché il concetto di organismo-macchina, di replicazione della vita in funzione di sconfitta della morte sono temi che affondano le loro radici nel nostro passato, a profondità insospettabili.

Il secondo quesito è più complesso e necessita di uno sguardo di insieme, molto rapido e superficiale, alla vera e propria rivoluzione alla quale va incontro la scienza a cavallo tra ‘400 e ‘500. La commistione tra meccanica ed anatomia, che possiamo considerare il punto di origine di tutta quella serie di riflessioni che, nel corso dei secoli, portarono ad immaginare uomini “artificiali”, muove i primi passi attorno al Rinascimento, quando il razionalismo mette progressivamente in discussione le conoscenze passate, prevalentemente greco-romane, in favore di una esperienza guadagnata per via più fisica o “sperimentale”. Il punto di vista scientifico comincia a cambiare proprio in quegli anni, e l’attenzione di vari studiosi si sposta verso l’ingegneria e la meccanica, che possono fornire utili strumenti per analizzare qualcosa di complesso come il corpo umano. Nel De tradendi disciplinis del 1531 il filosofo francese Jean Louis Vives sprona gli studiosi europei a studiare i problemi relativi alle macchine, alla tessitura, agricoltura o alla navigazione, mentre nella sua più famosa opera, il De corporis humani fabrica del 1543, il grande medico fiammingo Andreas van Wesel (conosciuto in Italia col nome di Andrea Vesalio) si scaglia contro la dicotomia creatasi nella posizione del medico:

“Da un lato un professore che resta accuratamente lontano dal cadavere da sezionare e parla dall’alto di una cattedra consultando un libro, dall’altro un sezionatore ignaro di ogni teoria e abbassato al rango di macellaio”

Ma uno dei contributi più importanti in questo senso arriva dall’uomo forse più geniale dell’intero Rinascimento: Leonardo da Vinci.

Gli studi anatomici di Leonardo sono vastissimi e intrecciati strettamente con le sue conoscenze meccaniche, specialmente quelli che egli intraprende intorno al 1510, dopo un’interruzione di circa dieci anni.

Gli studi ingegneristici compiuti in precedenza influenzano la sua tarda anatomia al punto che egli rappresenta le articolazioni del corpo come giunti semi-articolati sottoposti alle leggi della leva. Il sistematico ricorso alla dissezione lo pone di fronte all’enorme complessità dei dati anatomici. Egli è convinto infatti che ogni struttura anatomica abbia una precisa funzione: nulla dunque va trascurato nella rappresentazione, portandolo a usare sistemi illustrativi innovativi, già utilizzati per le macchine: dalla rappresentazione in trasparenza con i contorni integri fino alla veduta esplosa, dalla veduta del corpo da differenti punti di vista alla raffigurazione dei muscoli come linee di forza. Questo rapporto molto stretto con la realtà “fenomenica” tipico di quel periodo storico è magnificamente esemplificato in uno dei suoi disegni più famosi, l’Uomo Vitruviano: esso non costituisce solo la base matematicamente misurabile della rappresentazione artistica, ma, ampliando l’intuizione di Vitruvio, dipinge l’uomo come assoluto esempio di perfetta architettura biologica.

Col trascorrere dei secoli e l’avvento dell’Illuminismo nei primi anni del ‘700 la scienza cambia ulteriormente volto e approccio nei confronti del corpo umano, ed è proprio in questo periodo che si innesta la storia di Raimondo di Sangro, principe di Sansevero: egli fa parte di una famiglia nobiliare di antichissima origine, facente parte del Grandato di Spagna e a loro dire imparentata direttamente con Carlo Magno. Esoterista, filosofo, astronomo, poeta, scrittore, guerriero, massone, inventore, scienziato… la figura del principe di Sansevero è una delle più enigmatiche ed affascinanti dell’intero Settecento italiano, una sorta di Eldon Tyrell o Niander Wallace ante litteram. Invece di appassionarsi alla caccia e alle attività che erano consuetudine per le persone della sua estrazione sociale, egli studia con meticolosità le armi da fuoco, i mezzi di trasporto, la pirotecnia, la scenografia e l’alchimia, progettando cannoni, carrozze anfibie, palchi teatrali pieghevoli, gemme sintetiche molte altre invenzioni in grande anticipo sui tempi.

Ma ciò che lo ha reso famoso (e famigerato) sono le macchine anatomiche, trovate in una stanza del suo palazzo chiamata appartamento della Fenice: due scheletri umani, uno maschile e uno femminile, ricoperti da una perfetta ed intricatissima riproduzione del sistema cardiocircolatorio, creato con una tecnica tuttora sconosciuta. La teoria più “razionale” parla di una ricostruzione meticolosissima ad opera del grande anatomista Giuseppe Salerno, fatta con diversi materiali e coloranti, tra cui anche la cera d’api (che non toglie comunque eccezionalità alle due opere), mentre quella più oscura, descritta anche da Benedetto Croce, vuole che il principe iniettò nelle arterie e nelle vene di due malcapitati vivi un misterioso composto “metallizzante”, forse a base di mercurio, e una volta imbalsamati avesse asportato loro gli organi, per tenere gli scheletri e usarli come oggetti di studio.

Questi due reperti singolari e sicuramente eccezionali per unicità hanno alimentato in lungo e in largo la “leggenda nera” sul conto del principe, che divenne quasi una sorta di Faust italiano, intento a stipulare patti col Demonio in cambio dell’immortalità. Ma sebbene la sua fama di stregone e alchimista sia stata ingigantita a causa della sua inventiva e del suo intelletto vulcanico, la sua ammirazione per il miracolo biologico dell’anatomia umana è senz’altro ben visibile. Ecco che troviamo la nostra connessione con i replicanti: essi non sono altro che la proiezione di un nostro sogno di immortalità, della capacità di creare una replica dell’uomo scevra dalle sue debolezze, un essere che sia al contempo esempio di quella mirabile architettura biologica che c’è alla base di noi tutti ma esentato dalla costante ed affannosa lotta per la sopravvivenza. Un essere, come recita la pubblicità della Tyrell Corp.:

“Più umano dell’umano”

Rispondi