Geekhistory – Sperimentazioni proibite: la vera storia dietro Stranger Things

Oggi Geekhistory ci porta dietro la storia di Stranger Things, perché come sempre la realtà supera la fantasia…

La seconda stagione della popolarissima serie TV targata Netflix ha da poco invaso i nostri schermi ma ci sentiamo di nuovo tutti rapiti da quel fantastico sapore pienamente eighties che già ci fece adorare la serie precedente ed accettiamo di buon grado di trovarci nuovamente catapultati nella fittizia cittadina di Hawkins, nella quale, è proprio il caso di dirlo, succedono cose strane.

Uno degli indubbi pregi della serie, tuttavia, è la sua straordinaria plausibilità. Nonostante si parli di fratture interdimensionali e poteri della mente tutto ciò sembra straordinariamente vero e tangibile, al punto da rendere la finzione narrativa così reale da donare una vera e propria marcia in più ad ST, in un campo, quello delle serie a tema paranormale/fantascientifico davvero congestionato di contenuti.

Tutto ciò è senza dubbio ascrivibile alla bravura dei due giovani autori, i fratelli Duffer, nello scrivere un racconto che, pur essendo letteralmente intriso di elementi fantastici, è così ben calibrato da risultare pienamente verosimile, ma probabilmente c’è anche di più: come spesso accade infatti, la storia non è solo farina del sacco degli sceneggiatori, ma attinge alla vera storia, una storia oscura e sinistra che non ha nulla da invidiare alle atmosfere della serie TV e conferma ancora una volta che, fatti salvi i portali ultraterreni, la realtà supera la fantasia. Sempre.

Ma andiamo con ordine: fin da tempo immemore l’uomo ha sempre cercato di spingersi oltre i suoi limiti, sia fisici che mentali. L’idea che all’interno di un essere umano ci sia un potere inespresso è molto antica, ed affonda le sue radici nella concezione “divina” che molte religioni hanno della nascita della nostra specie. La via più semplice e diretta per accedere a questo potenziale nascosto è quasi sempre stata la chimica, sotto forma di sostanze che nella maggior parte dei casi vanno ad agire sul sistema nervoso centrale, modificando la nostra percezione del mondo e di conseguenza le nostre reazioni ad esso.

Si ritiene che i berserkr, i folli guerrieri germanici resi noti dal loro stato di trance guerriera assumessero piccole quantità di Amanita Muscaria, un noto fungo velenoso, mentre è molto ben documentato il peyotismo, un vero e proprio culto praticato nell’area mesoamericana dalle civiltà precolombiane, poi diffusosi nel corso del XIX secolo anche tra le tribù continentali come gli Apache, che consiste nell’assunzione di un enteogeno, in questo caso il cactus senza spine chiamato peyote, i cui semi ricchi di mescalina causano un potente effetto psichedelico-allucinatorio e renderebbero i consumatori capaci di comunicare con l’aldilà (o dovremmo dire il Sottosopra?).

La teoria darwiniana sull’evoluzione, pubblicata nel 1859, ha infine confutato la provenienza divina dell’uomo (aprendo un dibattito che, sembra incredibile, a tutt’oggi non è ancora chiuso) ma nonostante questo l’idea che esso possieda dentro di se un potere sconosciuto, soprattutto localizzato nel cervello, e che sia possibile “ridestarlo” in qualche modo, soprattutto con l’uso di sostanze chimiche, è più viva che mai e deriva da un assunto, completamente errato, divenuto vera e propria credenza popolare: il fatto che noi usiamo solo il 10% del nostro potenziale cerebrale.

Su questa idea si è dibattuto in lungo e in largo, sono nate vere e proprie religioni (come Scientology) ed essa è entrata a far parte della cultura di massa con film come Limitless o Lucy, che partivano dallo stesso assunto: è sufficiente assumere un misterioso composto chimico per accendere il “turbo” nella nostra mente e diventare dei veri e propri x-men. Purtroppo a riportare tutti con i piedi per terra ci pensa il noto neuroscienziato Barry Beyerstein, che, pur ammettendo che diversi processi del cervello ed alcune sue caratteristiche sono tutt’ora poco note alla scienza, questa affermazione è, senza mezzi termini, una stupidaggine, per pochi semplici motivi.

La fonte di questa (effettivamente strana) convinzione è, oltre alla tendenza molto antica di cui abbiamo parlato prima, imputabile forse alle teorie sulla “riserva di energia” degli psicologi dell’Università di Harvard William James e Boris Sidis, formulate nel corso degli anni ’90 dell’800, e basate sullo studio dei progressi cognitivi del figlio dello stesso Sidis, un bambino prodigio dal quoziente intellettivo stimato tra 250 e 300. Questo studio portò successivamente il dottor James ad affermare, nel 1908, che noi

«Stiamo facendo uso di solo una piccola parte delle nostre possibili risorse mentali e psicologiche.»

Il concetto fu poi ribadito dallo scrittore Lowell Thomas nell’introduzione al saggio di Dale Carnegie, autore di numerosi corsi sullo sviluppo del potenziale personale, How to win friends and influence people del 1936, nella quale venne anche introdotto il valore percentuale di 10, scelto completamente a caso dallo stesso Thomas.

Tutto questo però cosa ha a che fare con la nostra amata serie TV? Molto più di quanto pensiamo. Come abbiamo detto in precedenza questa convinzione del potenziale nascosto nella mente e nel corpo umano non è svanita con le scoperte della medicina moderna, è rimasta e ha perdurato, più o meno nascosta, fino all’avvento delle guerre mondiali. Sarà soprattutto la seconda ad inaugurare una vera e propria lotta a colpi di droghe da combattimento, soprattutto le anfetamine, che verranno usate a tonnellate da entrambi gli schieramenti: i nazisti poterono conquistare l’Olanda senza ne mangiare ne dormire perchè riforniti di Pervitin, una pillola dopante a base di benzedrine, mentre gli equipaggi dei carri armati tedeschi erano così assuefatti all’uso di tavolette della stessa sostanza da chiamarle Panzerschokolade, cioccolato per carri armati. Gli alleati non furono da meno, distribuendo ai loro piloti inalatori contenenti benzedrine ed anfetamine per sostenere le estenuanti sessioni di volo, nell’ordine di 72 milioni di dosi per la RAF e oltre 250 milioni per l’USAF.

Con la fine della Seconda Guerra Mondiale e il sorgere Cortina di Ferro uno dei principali crucci delle due superpotenze diventò quello non solo di spiarsi a vicenda, ma di capire quali terribili armi l’altro stava approntando, per correre immediatamente ai ripari e realizzarle per primi, secondo il ben noto principio di deterrenza. Ed è qui che la storia si intreccia con la fiction, grazie al famigerato progetto MK-ULTRA.

Inizialmente denominato progetto Bluebird e successivamente progetto Artichocke, l’MK-ULTRA assunse il suo nome definitivo nell’aprile del 1953; esso fu promosso dall’allora direttore della CIA Allen Dulles e coordinato dalla Divisione Operazioni Speciali dei cosiddetti Chemical Corps statunitensi. Venne portato avanti dal ’53 al ’64, quando subì un ridimensionamento, che si ripeté nel ’67, per poi essere abbandonato solo nel 1973, vent’anni dopo il suo varo; raggruppava dentro di se diversi sotto-progetti, quasi tutti volti allo studio del controllo mentale e di tecniche di interrogatorio. Negli obiettivi del programma era compresa la creazione di assassini inconsapevoli, agenti dormienti programmati per attivarsi in risposta a stimoli esterni o l’influenza mentale attuata su leader politici stranieri, allo scopo di contrastare i programmi analoghi che si presumeva fossero portati avanti da Cina ed Unione Sovietica. Esso poté contare non solo su enormi finanziamenti, nell’ordine di 25 milioni di dollari, ma anche su di una complessa rete di strutture statali e federali che collaboravano segretamente al programma stesso, come college, università, ospedali, penitenziari e ricercatori privati.

Una prima parte del programma confluì nella creazione di una omogenea “teoria dell’interrogatorio”, cosa che avvenne, nel 1963, con la pubblicazione del manuale Kubark Counterintelligence Interrogation, un compendio formato dai risultati ottenuti da vari ricercatori impegnati nel progetto e usate anche di recente a Guantanamo o Abu Grahib. Nelle varie tecniche, usate spesso all’insaputa dei soggetti di studio, figuravano vere e proprie forme di tortura, quali l’elettroshock, la deprivazione sensoriale, la lobotomia, la somministrazione di sostanze psicotrope quali l’LSD, la fenciclidina e la scopolamina, assieme all’esposizione ad onde sonore o elettromagnetiche, l’uso dell’ipnosi o dei messaggi subliminali.

L’idea che un governo possa sottoporre i propri cittadini a sperimentazioni di questo tipo sembra davvero un argomento da fantascienza o fantapolitica: questi due campi narrativi ci hanno abituato da molto a convivere con un’immagine dei governi nazionali molto meno gentile e più lugubre di quello che vorremmo (alimentando al contempo fior fiore di teorie cospiratorie di vario genere), ma è altresì vero che, nel nome della sicurezza nazionale, essi hanno compiuto azioni dalla moralità quantomeno discutibile, rompendo il patto di fiducia che dovrebbe sempre esserci tra loro stessi e i cittadini. Nelle storie a noi care spesso tutto ciò viene bilanciato dalla creazione di qualcosa di positivo, una forza benefica che interviene quando i protagonisti sono in pericolo (è il motivo per cui tutti siamo segretamente innamorati di Eleven), nel mondo reale probabilmente dobbiamo accontentarci della forza della verità, che permette di far luce anche su capitoli tanto oscuri della nostra storia.

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