Sul divano col prof. Episodio 1: La moralità di Dexter Morgan

Può un assassino essere una brava persona? Cosa rende morale un’azione? Dexter Morgan, serial killer della baia di Miami, è un giusto? Queste sono le domande che ci accompagneranno oggi nel guardare la serie TV “Dexter” di ShowTime.

Per chi non conoscesse la serie TV, Dexter è un perito della scientifica di Miami. In particolare è un tecnico ematico, ossia un esperto del sangue. Ma questa, è solo una copertura. In realtà, Dexter Morgan è il mostro della baia di Miami, uno spietato serial killer che uccide, smembra le sue vittime e le deposita sul fondo dell’oceano in capienti sacchi neri.

Perché questa serie dovrebbe dar luogo ad un dibattito filosofico circa la moralità? È evidente che un serial killer non sia una persona giusta. Il problema è che Dexter caccia solo altri serial killer: quando indaga di giorno, cerca profili di uomini sicuramente colpevoli ma che potrebbero farla franca. Così, Dexter fa in modo che la sua preda non sia arrestata, la avvicina, la addormenta e la uccide. Questo farebbe di Dexter un giustiziere, qualcuno che rende il mondo un po’ migliore sebbene queste azioni superino la legge.

Prima di addentrarci nel dibattito, è doveroso fare alcune precisazioni: in primo luogo, Dexter è scrupoloso. Non sbaglia mai, le sue vittime sono sempre e solo colpevoli. È un cacciatore paziente, che avvista la preda, la segue, la stana e, infine, la cattura. Infine, è un killer rituale: stende le sue vittime su un lettino, in una stanza completamente coperta di teli di plastica; dopodiché parla con la vittima. Questi dialoghi hanno natura diversa ma, tendenzialmente, rivelano uno schema preciso: da un lato Dexter spiega il perché la vittima si trova su quel lettino, l’accusa e, talvolta, le chiede di pentirsi; dall’altro il killer si sfoga, le sue parole suonano come confessioni incomunicabili che non verranno mai divulgate ma che sanno segnare la testa dello spettatore. È proprio attraverso questi dialoghi che noi possiamo cogliere davvero la parabola evolutiva del protagonista. Infine, conserva una goccia di sangue della vittima, la taglia a pezzi, la “impacchetta” e, dalla sua barca, la scarica nell’oceano. Dexter riesce sempre a salvarsi proprio per le sue conoscenze: in quanto agente della polizia, sa come compiere “l’omicidio perfetto” e, in questo, è stato addestrato dal padre adottivo, cioè il poliziotto che lo ha trovato su una scena del crimine e accolto in casa sua.

Date queste premesse, sembra lecito chiedersi se Dexter possa in qualche modo essere considerato un giusto. Dopotutto, egli sembra porre rimedio alle ingiustizie del sistema. Nelle prime puntate della prima stagione, infatti, è spesso sottolineato come il killer scelga come vittime coloro che hanno la più alta probabilità di essere assolti da una giuria, in modo che non possano sfuggire alla propria pena. In aggiunta abbiamo Harry, il patrigno morto di Dexter, che interpreta la coscienza del killer, ricordandogli quando agire e quando fermarsi. Eppure, lo dico fin da subito, Dexter non è mai un giusto. Per comprenderlo dobbiamo chiederci: qual è l’essenza di Dexter?

Per chi non lo sapesse, secondo Aristotele l’essenza è ciò che caratterizza un individuo, o meglio, una specie. Così, di norma, l’essenza dell’uomo è la sua razionalità per esempio. Proviamo ad applicare questa definizione al singolo individuo: l’essenza di Dexter, la sua quiddtas (secondo le parole di San Tommaso) è la sete di sangue. È lo stesso protagonista che ci presenta il suo essere: l’oscuro passeggero. Dexter parla spesso di questo suo compagno di viaggio, che lo accompagnerà per tutta la sua vita. Sebbene egli lo percepisca come qualcosa di diverso da sé, questo oscuro passeggero è in realtà la sua essenza. Dexter è un assassino, e questa non è una sua caratteristica accessoria (o contingente, per essere tecnici), bensì un fatto necessario: egli è così e non può essere diversamente. Dexter deve uccidere. Suo padre, Harry, lo capì presto, fin dall’adolescenza del figlio, e lo addestrò in modo da incanalare questa sua pulsione. Gli insegnò a scegliere le sue vittime, come ucciderle e quanto spesso è consigliabile farlo sia per placare la sete di sangue che per non destare sospetti.

Ecco quindi la soluzione del problema. Per poter discutere della giustizia delle azioni di Dexter dobbiamo analizzare le sue intenzioni: egli non uccide per fare giustizia, bensì per placare il suo desiderio di uccidere. Che poi, per raggiungere i suoi obiettivi, faccia anche qualcosa che potrebbe assomigliare ad un bene sociale, è un’altra questione puramente collaterale.

Per comprendere meglio queste affermazioni dobbiamo interrogare Socrate e Kant e le loro definizioni di azione morale. Per Socrate, un’azione è giusta solo se conosciamo il bene. Solo se sappiamo quale sia la cosa giusta da fare, essa diventa un’azione morale.

Immanuel Kant

Proviamo ad esemplificare: dobbiamo scegliere se una risposta tra A e B. La risposta A è quella giusta, ma noi non lo sappiamo. Ora, se al quiz rispondiamo B sbaglieremo ma, se risponderemo A, nessuno dirà mai che noi abbiamo una conoscenza (al massimo qualcuno griderà al colpo di fortuna). Ebbene, per Socrate funziona all’incirca così anche con le azioni morali. Secondo questa visione, Dexter potrebbe sembrare ancora giusto: egli sa (o crede di sapere) che uccidere le sue vittime sia giusto. Questa definizione è troppo debole. Dobbiamo passare ad un severo censore della morale: Immanuel Kant. I precetti della ragion pratica sono ferrei ma non sono quelli che ci interessano. A noi interessa l’importanza dell’intenzione secondo il filosofo di Konigsberg. Per lui, infatti, non è il risultato di un’azione a renderla morale, bensì l’intenzione che c’è dietro. Perché un’azione sia buona, non deve avere solo buoni risultati, ma deve anche essere mossa da propositi buoni. Anche qui, ricorriamo alla forza dell’esempio. Immaginatevi un negozio, con un bell’incasso; nessuno di noi si sognerebbe di derubare il povero commerciante. Alcuni non lo faranno perché profondamente convinti che il furto sia sbagliato, altri semplicemente perché hanno visto le telecamere. Ora, chi dei due compie un’azione morale? Evidentemente solo il primo, poiché il secondo è frenato dal rischio di essere scoperto e arrestato. Questo è, più o meno, quello che vuole dirci Kant quando parla di morale dell’intenzione.

Quindi, vediamo immediatamente che Dexter non ha affatto buone intenzioni. Lui vuole uccidere. Né più né meno. Il fatto che scelga come vittime persone colpevoli è solo un fatto collaterale instillatogli da una coscienza davvero morale, ossia quella del padre. Infatti, a ben vedere, non è neppure detto che senza la guida paterna Dexter sarebbe diventato un giustiziere. Inoltre, possiamo aggiungere che Dexter sa benissimo che uccidere sia sbagliato. Non subito, ma nel procedere delle stagioni, Dexter comprende la sua perversione e, sebbene cerchi di giustificarsi, conosce che quello che fa non possa essere un bene per tutti ma solo per la sua sete.

Cosa possiamo concludere? Quello che abbiamo detto fin dall’inizio. Le azioni di Dexter non sono mai e in nessun modo giuste. Le sue intenzioni sono sempre sbagliate. Una piccola nota, per i più critici e attenti osservatori è questa: Dexter è un personaggio che evolve. Cambiano le sue relazioni personali, cambia la sua sociopatia, cambia il suo modo di agire, ma non cambia mai la sua quidditas.

Debra Morgan

Volete cercare un vero dilemma morale nella serie? Bene, studiate il personaggio di Debra Morgan. La sorella di Dexter è un vero soggetto morale. Ella sa cosa sia giusto e cosa sia sbagliato, fa di tutto per perseguire il bene e la legge. Ed è proprio questo suo senso morale che si contrappone all’affetto che prova per il fratello a stimolare l’enorme dubbio morale che caratterizza il suo personaggio (splendido) nella settima ed ultima stagione.

Buona visione!

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