Sul divano col prof. Episodio 3: legalità e giustizia, una questione di “carta”.

Oggi il nostro divano si fa quanto mai adrenalinico e riflessivo. Sediamoci a guardare insieme una delle serie rivelazione di Netflix: La casa di carta.

Chi ha seguito le due stagioni, conosce i mille risvolti, perlopiù psicologici, affrontati dal drama spagnolo. Noi ci interrogheremo su un quesito che il professore (toh, un collega!) propone verso la fine della seconda stagione: il rapporto tra ciò che è giusto e ciò che è legale.

La casa di carta, serie spagnola del 2017, è esplosa come un vero e proprio caso mediatico grazie alla sua diffusione mondiale da parte del colosso Netflix. Una banda di «disperati», sapientemente guidati dal professore Sergio Marquina, entra nella zecca di stato spagnola pronta a stampare quanta più moneta possibile. Potrei adoperare chili e chili di byte per raccontare il piano (quasi) perfetto del professore, e riflettere sulle sue analisi comportamentali: egli ha studiato meticolosamente come far fronte a questa rapina, ipotizzando le mosse della polizia e, sopratutto, le reazioni dell’opinione pubblica. Infatti, il cuore del successo di questa rapina epocale è proprio ottenere quanto più appoggio possibile dagli ostaggi, dall’opinione pubblica e, a sorpresa, da alcuni membri della polizia stessa.

 

Noi oggi ci soffermeremo su un dialogo breve ed intenso tra il professore e il capo delle indagini: il detective Raquel Murillo. In un climax non da poco, il professore si trova faccia a faccia con chi gli dà la caccia e tenta di difendere il suo operato discutendo su quanto sia davvero ingiusto (e non illegale) ciò che sta facendo. Effettivamente, lui e la sua banda di rapinatori, non stanno derubando nessuno: si stanno appropriando di soldi che non appartengono a persone. Non stanno rubando i risparmi di qualcuno, bensì stanno immettendo nel mercato della nuova moneta che, di fatto, non appartiene a nessuno. Prima di analizzare l’argomentazione del professore, vorrei mettere in luce un punto, che la serie evita di toccare: l’azione dei personaggi con la maschera di Dalì, sebbene non sia percepita come davvero pericolosa da nessuno, sarebbe deleteria se accadesse davvero. Immettere tutta quella nuova moneta sul mercato inginocchierebbe tutta l’economia europea, modificando radicalmente (e drammaticamente) il tasso di inflazione. Per queste osservazioni, però, è meglio riferirsi ad un economista politico e io non ho la presunzione di esserlo.

Veniamo dunque al punto. Il professore, a causa di interessi molto personali nei confronti dell’ispettore afferma:

Nel 2011 la Banca centrale europea ha creato dal nulla 171 mila milioni di euro; dal nulla, proprio come stiamo facendo noi. Però alla grande: 185 mila nel 2012, 145 mila milioni nel 2013. Sai dove sono finiti tutti quei soldi? Alle banche! Direttamente dalla zecca ai più ricchi. Qualcuno ha detto che la BCE è una ladra? Iniezione di liquidità l’hanno chiamata. E l’hanno tirata fuori dal nulla, Raquel, dal nulla. Cos’è questa? Non è niente, Raquel, è carta, lo vedi? È carta! Io sto facendo un’iniezione di liquidità, ma non alla banca, la sto facendo qui nell’economia reale di questo gruppo di disgraziati, perché è quello che siamo, Raquel, per scappare da tutto questo. Tu non vuoi scappare?

La tesi del professore è la seguente: ciò che noi stiamo facendo è un’azione identica a quella fatta dalla Banca Centrale Europea. Stiamo creando moneta dal nulla e la stiamo immettendo sul mercato. Con una differenza: la BCE ebbe l’obiettivo di salvare le banche, mentre noi cerchiamo di salvare noi stessi. Chi ha seguito tutta la serie, ha colto al volo le situazioni drammatiche dei protagonisti: la riuscita di questo colpo rappresenta l’occasione della vita, l’ultima possibilità di redenzione. Ottenere il bottino e cambiare la propria vita. Per questo motivo noi spettatori siamo tutti dalla parte dei rapinatori, abbiamo odiato il direttore Romàn e abbiamo sussultato (se non anche pianto) ad ogni fallimento della squadra. Inoltre, aggiungiamo il fatto che seguendo il piano, nessuno sia stato ucciso dai rapinatori. Non abbiamo la percezione del misfatto che si sta attuando, vediamo solo la possibilità di svolta dei protagonisti.

Perché il dialogo citato offre la chiave di lettura definitiva e, sopratutto, ci serve per riflettere sulla nostra quotidianità? Perché il professore mette in dubbio il concetto di giustizia e ci mostra quanto non sempre sia giusto ciò che è legale. O meglio, egli sostiene che accettiamo come giusto ciò che lo diventa con forza di legge. Provo a spiegarmi meglio. Con questa sua apologia, il professore afferma che nessuno si sia scagliato contro la BCE, sebbene stesse immettendo moneta nel mercato attraverso una scelta politica (discutibile agli occhi del protagonista) in favore delle banche, ossia a tutela degli interessi dei ricchi, principio ben lontano dalla così detta giustizia sociale. Eppure, tale azione venne considerata giusta perché legale, mentre l’operato dei rapinatori è ingiusto perché attuato al di fuori della legge. Inoltre, possiamo notare che solo l’elitè dello Stato considera ingiusta l’azione del professore: l’opinione pubblica non si schiera sotto l’aspetto della giustizia, ma ha solo una reazione emotiva di simpatia verso i rapitori (probabilmente anche di invidia e gelosia, ma comunque di ammirazione).

La posizione del professore mette in luce due diversi aspetti della filosofia politica, inerenti ai principi di giustizia della nostra coscienza. Dobbiamo chiederci ciò che sia giusto per noi. Da un lato, la risposta più semplice è quella “legalista”: è giusto ciò che è legale. La legge è l’unica fonte di giustizia, ed è ingiusto ciò che si contrappone ad essa. Per essere concreti e precisi, nel nostro paese, fonte di giustizia dovrebbero essere i principi costituzionali. I primi articoli del documento fondamentale della nostra Repubblica dovrebbero indicare ciò che, per il nostro Stato, è giusto. Da questi principi discendono le leggi, le quali sono giuste quando conformi alla Costituzione e ingiuste (e illegali) quando anticostituzionali.

La seconda posizione, assai più difficile (ma a parer mio più “giusta”) è quella di stampo “giusnaturalista”. In breve, i giusnaturalisti sostengono che esiste una legge di natura, inscritta in ognuno di noi, che ci mostra quali siano i diritti fondamentali di ogni uomo indicandoci dunque quale sia la via della giustizia. Potremmo dire che, rispetto alle varie politiche nazionali, la Dichiarazione dei diritti dell’uomo ha questo impianto, ossia ricerca, riconosce e tenta di garantire i diritti fondamentali di ogni uomo a fronte dei soprusi attuati da alcune legislazioni particolari. Tale posizione (incarnata polemicamente dal professore) è più difficile perché prevede l’utilizzo forte di una razionalità individuale: la mia ragione, scevra dai condizionamenti culturali e legislativi del mio paese, dovrebbe scandagliare la mia stessa natura per trovare cosa mi accomuna all’intero genere umano e, di conseguenza, quali siano i miei diritti fondamentali che, in quanto tali, sono moralmente obbligato ad estendere agli altri.

Se compariamo queste due posizioni, e rivediamo la serie in questione, possiamo supporre che, uno dei messaggi sottesi ad essa, sia proprio un grido di protesta e di manifestazione che suonerebbe più o meno così:

«Svegliatevi! I politici vi stanno imponendo cosa sia giusto e cosa sbagliato. Il pressante legalismo in cui siamo immersi sta pian piano svalicando il nostro senso di giustizia, tanto difficile da educare e difendere. Valutate in coscienza cosa vi chiede lo Stato e prendete posizione. Non sottomettevi ciecamente, ma siate consapevoli della vostra adesione partecipe e attiva alla politica. Non lasciatevi manovrare!»

Attenzione: non vi sto incitando ad entrare nella vostra zecca di Stato, e nemmeno ad iniziare azioni violente. Mettere in atto questo tipo di proteste è altrettanto ingiusto. La casa di carta ci lascia quel senso di amaro in bocca, di dubbio. Ci chiede di risvegliare la nostra coscienza e il nostro attivismo. La Repubblica, la cosa pubblica, è nostra, di ogni cittadino. Votare per delegare è un atteggiamento irresponsabile se limitato al weekend elettorale. Il nostro impegno deve essere costante e vigile. Dobbiamo osservare l’orizzonte politico e vegliare, dobbiamo agire nel rispetto della legge per modificare ciò che riteniamo ingiusto. Se è la legge colpevole di ingiustizia, ogni ordinamento democratico ha strumenti abrogativi. Il nostro compito è conoscerli e sfruttarli.

Vogliamo fare la “resistenza” cantata dal professore e da Berlino? Bene, allora informiamoci e agiamo. Non con pistole e fucili, ma con l’uso consapevole della nostra ragione e della dimensione sociale. Altrimenti, trasformeremmo il nostro ideale di giustizia (il più universale possibile per definizione) in un’ideologia che non può che sfociare in una dittatura, parziale ed elitaria.

E adesso ditemi: non è il nostro pane quotidiano questo? Forse è ora di alzarsi dal divano. Almeno per oggi.

Per chi, invece, non si è ancora seduto:

Buona visione!

P.S.

Speriamo che non cadano nell’immonda tentazione di una terza stagione!

2 commenti su “Sul divano col prof. Episodio 3: legalità e giustizia, una questione di “carta”.

  1. Grande Fausto
    ho visto e apprezzato la casa di carta… condivido in pieno l’invito di attivismo informato, unica vera arma contro l’irresponsabilitá e il marcio che non riusciamo ad estinguere dalla politica… La mia esperienza mi dice le persone informate attive e costanti sono goccia nell’oceano, ma io sono ottimista…. Goccia dopo goccia 😎😎

    P. S. La produzione spagnola ha creato la casa di carta per essere un prodotto fatto e finto… Ma ora i diritti sono di Netflix… E secondo te si lasceranno scappare l’occasione di cavalcare l’onda di questo incredibile successo?
    Indizio: hanno già finanziato la terza stagione annunciando che le prime due a confronto sembreranno una robetta da niente😅😅 😅

    1. Hai ragione! Ma ogni oceano inizia da una goccia, no?
      P.S.
      Speriamo che la terza stagione sia all’altezza!

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