Sul divano col prof. Episodio 4. “Amor vincit omnia”

Oggi non vi parlerò di filosofia. O almeno non nel modo canonico, che ogni studente si aspetta (come spesso si aspetta di annoiarsi ad una lezione di filosofia). Oggi vi parlo, o meglio, lascio parlare Sense8 la serie cult delle Wachowski, distribuita in tutto il mondo da Netflix.

Attenzione: spoiler fino al finale di serie Sense8.

Per prima cosa è importante analizzare un aspetto: Sense8 è una serie da manuale. Risponde pienamente ai canoni della serialità contemporanea, offrendo una narrazione continua e coinvolgente, capace di attrarre lo spettatore e tenerlo incollato allo schermo lungo le sue due stagione. È stata vincente, ad esempio, la scelta di campo (abbastanza rara per un fenomeno di successo) di contenere i tempi in 26 episodi, senza cedere alla tentazione di “sbrodolare” in millemila puntate che portano, inevitabilmente, allo smarrimento e alla noia dello spettatore.

In secondo luogo, Sense8 rispetta l’alto standard cinematografico richiesto ad una serie oggi, un momento storico che potremo quasi definire post-cinematografico: non è più il film ma il telefilm (sempre si possa continuare a chiamarlo con questo nome) a sbancare i botteghini e, la prova lampante di questo cambiamento, è il lento passaggio delle grandi star dal grande al piccolo schermo con prove superbe (K. Spacey in House of Cards; A. Hopkins in Westworld per citare due mostri sacri di Hollywood). Lo standard, ovviamente, è gran parte merito dei genitori di Matrix che, nel lontano 1999 cambiò radicalmente la storia del cinema (qualcuno ricorda il bullet time?).

Ora, la critica e le vicende di questa serie sono varie e piuttosto controverse, ma non vi parlerò di questo, c’è chi lo ha fatto meglio e più approfonditamente di quanto l’ho fatto io.

Io vi parlerò di emozioni. Di passione. Tendenzialmente, le scene di sesso esplicito, tanto più con passaggi orgiastici, mi disturbano non incontrando i miei gusti. Perché in questa serie (ben più spinta di altre sue colleghe contemporanee) mi ha disturbato meno? Perché la summa delle esperienze, comprese quelle sessuali, è necessaria per ottenere un unico ed immenso risultato: farci sentire dei sensate.

Più e più volte lo spettatore si sente appartenere alla cerchia di Will e compagni, provando le loro stesse emozioni. Ed è per questo che (dati statistici alla mano) chi guarda lo show lo segue tutto d’un fiato. Perché ci sentiamo coinvolti. Ci emozioniamo entusiasmandoci con Capheus, coviamo la rabbia di Sun, viviamo i dubbi di Kala, proviamo l’amore puro di Nomi, ci buttiamo a capofitto con Will, viviamo la sofferenza di Riley nell’affiancare Will durante le continue dosi, ci sentiamo ingiustamente giudicati insieme a Lito e, infine, cerchiamo di sopravvivere a noi stessi e alla nostra storia con Wolfgang. Questa serie non parla a noi. Parla di noi. Di ognuno di noi.

Questo è il vero motivo di questo articolo. Non basta dire che Sense8 sia la serie del momento (e a ragione, secondo il mio punto di vista). Bisogna dire che Sense8 è uno sprone a riflettere ma, sopratutto, a guardarci intorno. “Amor vincit omnia” dice Hernando citando Ovidio: l’amore è lo sprone, lo sguardo e l’obiettivo con cui i protagonisti vivono. L’amore per loro stessi, per i loro partner, per la loro cerchia e per tutti i sensate, per tutto il mondo. La caparbietà nel seguire l’amore dei protagonisti li porta tutti sulla Tour Eiffel a guardare come hanno cambiato il mondo (dall’impatto sui governi mondiali al piccolo dei genitori di Nomi), a vedere come sono stati loro il cambiamento che volevano vedere. Non da soli. Sono affiancati da persone estranee alla cerchia, alcune delle quali corrono unicamente rischi senza alcun vantaggio (Bug su tutti).

Cosa resta dopo aver visto Sense8? Resta la sensazione, sfumata come quando ci si sveglia da un sogno, che ciò che abbiamo visto e provato attraverso lo schermo non è affatto lontano da noi. Resta What’s up? delle “4 Non Blondes” che riecheggia nelle orecchie, e che ci interroga: “Cosa sta succedendo?”. Cosa sta succedendo nelle nostre vite e nel mondo che ci circonda? Ce lo chiediamo? O stiamo lasciando che le cose seguano il loro corso, proprio come tutti i protagonisti all’inizio della serie (e come Kala alla fine di essa…), senza avere la forza di reagire?

Sense8 ci lascia questo: non siamo soli. Mai. Nemmeno nelle noti più scure della nostra coscienza solipsistica, frutto marcio della globalizzazione isolante, noi non siamo soli. C’è sempre una persona che ci capisce o che può farlo. Forse non siamo sensate, ma forse lo siamo un po’ tutti: è la biologia che ce lo dice.

I neuroni specchio esistono, e ci fanno comprendere cosa pensano gli altri. Forse non in modo completamente conscio, forse non pienamente come i protagonisti del telefilm; ma come loro, questa consapevolezza arriva quando meno ce lo aspettiamo, la complicità possiamo trovarla nello sguardo di qualcuno che fino a ieri ci era sconosciuto ma che prova esattamente quello che proviamo noi. A noi resta solo la scelta di ascoltare e provare a capire, di aprirci al mondo e lasciarci guardare dentro, oppure di prendere i bloccanti eliminando ogni possibilità di comunicare non con le bugie delle parole ma con la sincerità dello sguardo.

Io provo, quindi mi alzo dal divano ed esco. E voi?

Buona visione.

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