Commento a caldo su Rogue One: A Star Wars Story

Non è una recensione, sono pensieri in libertà, ma non continuate a leggere se non avete già visto Rogue One: A Star Wars Story. SPOILER.

Ne è passato di tempo da quel giorno di gennaio in cui è uscita quella prima foto con i protagonisti di Rogue One che vedete qui sopra. Lei si chiama Jyn, quello invece è Cassian Andor… ricordarsi i nomi era piuttosto complicato, ma col tempo ci siamo riusciti.

Pare che il personaggio di Mads Mikkelsen sia il padre di Jyn e che sia l’autore del progetto della Morte Nera. Pare.
Sì, ne è passato di tempo.

Il compito di introdurre i personaggi, così tanti personaggi, era complicato. In giro per la rete sono uscite le schede, le foto, dei brevi video… qualsiasi cosa pur di spiegare chi sono Chirrut Imwe, Baze Malbus o Bohdi Rook. Si parlava anche del divertentissimo nuovo droide, K-2SO, o dello spietato Orson Krennic. Una buona fetta di Rogue One deve far finta che questo materiale in rete non sia mai uscito, per almeno mezz’ora questo film deve presentare uno stuolo di personaggi e dar loro un minimo di background.

Nel montaggio finale, alcune delle scene dei trailer\spot non sono arrivate, sparisce “It’s a rebellion, I rebel.” Così come l’incontro tra Jyn e K-2SO in cui il droide dice “The captain says you’re a friend, I will not kill you”. Peccato, avevamo imparato ad apprezzarle. L’assenza più pesante, comunque, resta quella del monologo di Saw Gerrera in cui dice a Jyn “What will you become?”. Se state pensando a una versione estesa, ci sto pensando anche io.

Sin da subito ci si rende conto che questo è un film di Star Wars, ma al contempo sfugge completamente agli standard a cui siamo stati abituati con i 7 film precedenti. Lo spettatore viene accompagnato da un posto all’altro grazie alle scritte in sovraimpressione che indicano la località in cui ci troviamo, vengono usati i flashback per caratterizzare i personaggi, non ci sono più i cavalieri senza macchia e senza paura.

L’Alleanza Ribelle di Rogue One è sporca, scorretta, a tratti ipocrita. L’introduzione di Cassian lo rende subito evidente e l’ipocrisia emerge con la condanna dei metodi di Saw Gerrera.

Saw Gerrera è uno dei primi nomi che legano Rogue One al resto della saga, dopodiché vediamo diversi personaggi di cui non viene mai detto il nome, ma che fanno esaltare il fan di Star Wars. Se Mon Mothma era già vista e rivista, lo stesso non vale per Bail Organa, che emerge dall’ombra. Pochi istanti per R2-D2 e C-3PO, solo il nome pronunciato per Wedge Antilles… e così via, sono tutte chicche per i fan della saga.

Peter Cushing ci ha lasciati nel 1994, eppure, tramite il CGI, Tarkin ritorna sul grande schermo e inganna anche lo spettatore alla nostra destra che esclama “Com’è invecchiato!”. Eh, già.

Due menzioni speciali, la prima all’altoparlante che richiede la presenza del generale Syndulla e la presenza della Ghost (che io non ho notato, ma che non è sfuggita ad altri) nella battaglia finale: anche Star Wars Rebels c’è. La seconda menzione è per la scena iniziale. Lo spazio, una forma triangolare che ti fa subito pensare allo star destroyer e… e ti hanno preso in giro, ci hai creduto, invece è solo un effetto ottico. Bravi.

Rogue One risponde alla domanda che affliggeva un po’ tutti dal 1977: come diavolo hanno fatto a fare un’arma così potente ed essere così scemi da lasciare un punto debole così critico? Gli autori sono riusciti a giocare con i fan anche con questo.

Avevano chiesto a Gareth Edwards se ci fossero Jedi, “Tecnicamente sì”, aveva risposto, e ora è chiaro perché. “Ci sono spade laser?” – “Darth Vader ne ha una”. Cavolo se ne ha una, ce l’ha e la sa usare. Quando credi di aver visto tutto, Rogue One lancia un’altra bomba, e poi un’altra… e un’altra ancora.

L’effetto della Morte Nera su Scarif e sui protagonisti, Darth Vader, Tantive IV, Leia Organa. Il climax è servito e l’applauso parte spontaneo nella sala.

Rogue One è un film di cui si conosceva già la fine, ma che ti tiene incollato allo schermo per 2 ore e 13 minuti. La cosa straordinaria è che i vari trailer raccontavano scene che fanno parte dell’ultimo terzo del film: sai già cosa sta per succedere, eppure non c’è mai un momento di noia, mai un punto morto. Un’idea di come gli autori siano riusciti a tenere un ritmo sempre incalzante l’abbiamo nella scena della trasmissione dei dati. Riguardatevi la scena praticamente identica in Serenity (il film di Firefly di Joss Whedon) e fate il paragone.

Oltre alla bravura degli autori e del regista, non si può tralasciare Michael Giacchino, che prende la bacchetta di John Williams e regala emozioni con una colonna sonora che è un capolavoro. La musica riprende i temi ben noti per poi virare all’improvviso, ma senza mai lasciarti spaesato (anche se quando i due star destroyer collassano sull’anello su Scarif, Giacchino regala un pezzo davvero particolare). Se Rogue One regala emozioni su emozioni, è indubbio, lo dobbiamo anche a Giacchino.

A Gennaio Lucasfilm valuterà il futuro di Star Wars e il successo o meno di Rogue One sarà un fattore cruciale in questa decisione.

Dopo aver visto il primo spin off della saga vado a dormire tranquillo (con la sveglia che suona tra meno di tre ore), perché so che ci aspettano grandi cose. Cosa ci ha dato Rogue One?

Speranza.

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