Sul divano col prof. 5, Controllori e controllati. Il Black Game

Il 16 gennaio, sul profilo Instagram di Netflix Italia, ha preso vita il progetto #BlackGame, ispirato all’episodio Bandersnatch, special della serie Black Mirror. Oggi, ci sediamo sul divano per parlare della dinamica uomo/tecnologia proposta dall’esperimento sociale.

Chi segue questa rubrica si sarà chiesto (spero) come mai non abbia mai parlato di Black Mirror, una serie quanto mai innovativa e visionaria. La risposta è semplice e, ora, posso rivelarla. Nel corso dell’anno precedente mi sono impegnato ad analizzare nel dettaglio tutta la serie e questo lavoro è diventato un progetto editoriale: Black Mirror, narrazioni filosofiche, che ho scritto a quattro mani con la mia collega Selena Pastorino (che colgo ancora una volta l’occasione di ringraziare). Il libro sviscera le prime quattro stagioni della serie di Brooker e, quando il testo uscirà, vi dirò qualcosa di più.

Oggi, invece, vorrei analizzare il Black Game, lanciato da Netflix Italia, sulla sua pagina Instagram. L’esperimento prende spunto dall’episodio Bandersnatch, puntata speciale della serie. La particolarità dipende dalla struttura stessa dell’episodio: l’interattività. Come un all’interno di un librogame, gli spettatori possono scegliere quali azioni far compiere al protagonista che, in alcuni degli scenari conclusivi possibili, prende coscienza di questo controllo esterno. L’obiettivo del Black Game è stato quello di portare nella realtà l’episodio in questione. Pierpaolo, che di primo acchito sembra essere un ragazzo comune, si è offerto di mettersi nelle mani dei follower Instagram di Netflix Italia, permettendo che scegliessero per lui come avrebbe condotto la sua vita nelle ventiquattro ore del 16 gennaio. Moltissime persone hanno preso parte all’esperimento.

Quando è stato lanciato sui social, la mia prima impressione è stata: Netflix ha passato il limite. Non si può piegare la libertà di una persona; una persona non può “vendersi” permettendo ad altre persone di scegliere al posto suo semplicemente per gioco. Così, mi sono rifiutato di partecipare al gioco ma, la sera, ho dovuto guardare le storie per capire cosa sia successo. Il risultato è stato illuminante. L’ultima storia pubblicata, infatti, ha posto la seguente riflessione: voi (follower) credete di aver controllato Pierpaolo, per farlo, siete stati per tutto il giorno collegati al Black Game, inibendo di fatto la vostra giornata. Quindi, chi è il controllore e chi il controllato?

L’ambiguità tra controllori e controllati è stata spesso spunto di analisi nella serie, ma l’esperimento di Netflix è stato lampante perché ha toccato nel vivo chi si è prestato. Se nell’episodio “Odio Universale” abbiamo visualizzato le conseguenze dei social, con il Black Game i giocatori penso si siano sentiti “fregati” da Pierpaolo e da tutto il progetto. La riflessione è di certo più ampia: ogni tipo di device è utilizzato da noi per controllare la realtà, per impadronirsene. Eppure, sembra sempre di più che siano proprio le nuove tecnologie ad ingabbiarci. Il telefono (attraverso le sue mille app) ci controlla: controlla i nostri acquisti (grazie alla cronologia delle pagine visitate), controlla i nostri spostamenti (siccome il GPS è sempre collegato), ma sopratutto controlla il nostro tempo. Passiamo una parte importante della nostra giornata collegati a qualche social network: abbiamo foto da aggiornare, stati da postare, video da condividere, vite altrui da visitare. E questo, limita le nostre interazioni sociali. In ventiquattrore, chi ha partecipato al Black Game, si è spesso collegato all’account Instagram di Netflix Italia per non perdere la finestra (di solito di dieci minuti) per poter votare cosa far fare a Pierpaolo.

Netflix ha proposto questo: ci ha messo davanti allo specchio nero ribaltando le parti. Non era il telefono ad essere nelle nostre mani, ma i nostri arti erano incatenati al device. Dunque, chi controlla chi?

Buona visione!

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