Medium: quando due parole non bastano…
La cosa più sorprendente di Medium non è la meccanica. Non sono le carte. Non sono nemmeno i punti.
La parte davvero imprevedibile è capire se riesci a entrare nella testa della persona che hai accanto.
È un gioco che può far ridere tantissimo oppure spegnersi dopo pochi turni. Tutto dipende da chi siede al tavolo e da quanto ha voglia di giocare con le parole. E questa, più che una caratteristica, è proprio la sua anima.
Ieri sera l’abbiamo provato con un gruppo di amici e abbiamo capito subito che Medium è uno di quei giochi che non stanno in piedi da soli: hanno bisogno delle persone giuste per brillare.

Una scatola piena di carte… e il vero gioco che nasce fuori
Dentro la scatola si trova un bel mazzo di carte divise in vari set, più i gettoni per segnare i tentativi e le tre carte “Cristallo” che scandiscono la fine della partita.
Le carte sono robuste, colorate, facili da leggere. Non c’è nulla di superfluo e il tutto si prepara in pochi minuti. È un gioco che vuole scorrere, non perdere tempo in regole o componenti complicati.
Da subito però si capisce che la qualità dell’esperienza non dipenderà dai materiali, ma dal gruppo e dalle associazioni che riuscirà a creare.
Si parte in un attimo: due parole, un respiro e via
La preparazione è rapida: si scelgono alcuni set di carte, si mescola il mazzo mettendo i cristalli verso il fondo, si danno sei carte a ciascuno e il tavolo è pronto.
Il turno si svolge così: una persona gioca una parola, la persona alla sua sinistra ne gioca un’altra. Quelle due parole diventano il punto di partenza. La coppia conta insieme e prova a pronunciare la stessa parola. Se non ci riescono si passa a un nuovo tentativo, basato sulle due parole appena dette. E poi eventualmente a un terzo.
È una struttura semplice che mette subito al centro l’intuizione e la comunicazione.
La magia (e i guai) nascono nel mezzo
Medium vive interamente sull’idea di trovare una parola che unisca due concetti. Non c’è altro.
E proprio per questo, quando le parole sul tavolo riescono a creare una connessione interessante, il gioco funziona benissimo.
Ma quando le parole non hanno un legame evidente, tutto si fa più complicato e l’esperienza rallenta. Succede, è normale, ma se capita troppe volte di fila si sente.
Durante la nostra partita è successo con discoteca e teatro, due parole che sembravano avvicinarsi ma non si incontravano mai.
La catena è andata così:
Primo tentativo: musica – spettacolo → niente
Secondo tentativo: artista – palco → ancora niente
Terzo tentativo: pubblico → finalmente match
Questa sequenza racconta bene il tipo di percorso che Medium crea: a volte lineare, a volte tortuoso, spesso divertente proprio per quello.

Quando il tavolo ride, pensa e sbaglia insieme
Qui sta il vero punto. Medium è un gioco che vive del gruppo.
Con persone che hanno voglia di scherzare, cercare connessioni strane e buttarsi nelle associazioni, la partita scorre, si ride, ci si stupisce e ci si prende in giro in modo leggero. Ogni tentativo sbagliato diventa una piccola storia da ricordare.
Se invece il gruppo è più timido, meno abituato ai giochi di parole o semplicemente non è in vena, Medium perde ritmo. Le associazioni non partono, le idee si bloccano e il gioco non riesce a compensare da solo.
Questo non è un difetto vero e proprio, ma un limite da conoscere prima di portarlo in tavola.
A volte anche i set di carte creano combinazioni poco ispirate. Non succede sempre, ma quando capita troppo spesso si sente che il gioco perde un po’ di freschezza durante sessioni più lunghe.
E alla fine conta davvero una sola parola
Medium è un gioco che offre momenti divertenti, ma dipende tantissimo dal gruppo e dall’atmosfera della serata. Con le persone giuste il tavolo si riempie di risate, intuizioni improvvise e piccole soddisfazioni. Con il gruppo sbagliato invece rischia di sgonfiarsi.
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Ringrazio Ghenos Games per la copia review che mi ha permesso di parlarne.


