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Little Factory – Recensione

Little Factory – Recensione

Da piccoli cantavamo “per fare tutto ci vuole un fiore”. Anche un punto vittoria, probabilmente! Basta aggiungere qualche edificio, le carte giuste in mano e un buon tempismo. Per lo meno a Little Factory!

Little Factory è un gioco di carte per 1-4 giocatori di Shun e Aya Taguchi edito da Iello e, in Italiano, grazie a Mancalamaro. La scatola dichiara 45 minuti ma, salvo grandi “pensatori”, ne resterete facilmente al di sotto.

Nome e grafica suggerirebbero una continuità spirituale con il precedente LittleTown del medesimo duo di autori e con illustrazioni, in entrambi i casi, di Sabrina Miramon (Photosyntesis, Quadropolis tra i suoi vari altri lavori)

Ma qui ci troviamo di fronte ad un gioco completamente diverso nelle meccaniche ma sempre improntato alla raccolta risorse, loro trasformazione e guadagno dei punti vittoria finali.

Approdate in una ricca valle con niente più che qualche moneta in tasca. Iniziate subito a darvi da fare per ottenere ciò che serve per erigere gli edifici che vi faranno produrre l’unica cosa che davvero conta: sold…ehm… punti vittoria!

Little Factory: Il gioco in breve

Non esattamente con queste parole ma molto simile nella sostanza, vi accoglie il regolamento del gioco mettendo subito in chiaro la propria personalità asciutta e diretta.

Sul tavolo trovano posto quattro file di carte per risorse di tre livelli differenti e la quarta dedicata agli edifici. Le risorse hanno anche un valore in monete che varia in base al loro livello e a quante copie di quella risorsa vi sono nel gioco.

Come azione principale di ogni turno potremo produrre o scambiare.

Produrre ci fa prendere una singola carta tra quelle disponibili sul tavolo pagandone il costo in risorse.

Scambiare significa scartare una o più carte dalla nostra mano e ottenerne altre dal tavolo sulla base del valore in monete di ciò che abbiamo scartato. Attenzione però: scartando più carte possiamo prenderne solo una dal tavolo. Viceversa, scartare una sola carta ci consente di raccoglierne di più.

Una carta risorsa viene sempre aggiunta alla propria mano mentre un edificio viene costruito piazzandolo direttamente davanti a noi.

Gli edifici possono essere attivati una volta ciascuno durante il turno. Gli effetti permettono di produrre in aggiunta all’azione principale, o di ottenere punti vittoria dalla riserva. Ogni edificio ha anche un valore in punti vittoria stampato sulla carta.

Turno dopo turno, racimoleremo le carte risorsa che ci servono per erigere edifici e produrre sempre più velocemente punti vittoria.

Il gioco termina quando un giocatore raggiunge 10 punti vittoria complessivi tra quelli stampati sulle sue carte edificio e quelli prodotti nel corso del gioco (si ha una vittoria immediata), oppure se la riserva dei punti vittoria si esaurisce (si va al conteggio finale).

La variante in solitario non aggiunge nulla alle dinamiche di gioco che diventa un semplice puzzle game di carte impoverito, anzi, dalla mancata interazione con gli altri.

Impressioni

Io non ci posso fare niente. Sono sempre visceralmente attratto da tutti quei giochi che si prefiggono di sintetizzare le meccaniche più classiche dei tipici gestionali e declinarle in partite di qualche decina di minuti. Troverò sempre in libreria uno spazietto per una scatolina con queste promesse.

Quando ho letto la descrizione di Little Factory, l’idea di avere un gioco di carte dalla durata contenuta e dedito alla produzione di risorse mi ha rimandato subito con la mente a quel Oh My Goods che così tanto si è fatto apprezzare pur con tutti i suoi limiti e house rules che si porta appresso. Ci troviamo quindi di fronte al suo erede?

Decisamente no. E nemmeno vuole esserlo. E all’inizio ci sono rimasto pure male.

Scordatevi pirotecniche catene produttive e, anzi, abbandonate proprio il concetto di poter aumentare esponenzialmente la vostra potenza produttiva all’ottenimento degli edifici.

In Little Factory, potrete produrre esclusivamente ciò che è disponibile sul tavolo durante il vostro turno.

Questo significa che non ci servirà a nulla il nostro edificio e le risorse da dargli in pasto pronte nella nostra mano se prima non comparirà la risorsa specifica che quell’edificio produce, disponibile sul tavolo durante il nostro turno.

Ed ecco la peculiarità di Little Factory che ne cambia radicalmente la chiave di lettura: il nostro obiettivo non sarà quello di crearci il nostro giardinetto da far macinare a testa bassa fino alla fine della partita. Dovremo invece valutare attentamente il tavolo, ottenere più edifici per aumentare la nostra flessibilità produttiva, forzare la mano agli avversari e, all’occorrenza, far sparire le risorse per loro utili.

L’interazione può essere cattiva e mirata in partite da due giocatori, in cui c’è meno ricircolo di carte, fino a diventare più involontaria ma frequente in 3 o 4 giocatori, con però un tavolo molto più dinamico in cui rivedremo passare più spesso le carte che ci servono.

Se siete alla ricerca di un engine building che vi permetta di creare uno schiacciasassi per spianarvi la strada verso tonnellate di punti vittoria, resterete delusi. Qui a 10 punti si vince, ogni attivazione di edificio è preziosa e dipenderà dalla vostra “lettura” del tavolo.

Le scelte che farete dovranno permettervi di costruire la vostra mano di risorse scalandone i livelli fino agli edifici per i punti vittoria finali. Il gioco è questo, senza fronzoli: asciutto e diretto, appunto.

Superato il primo scoglio cognitivo ho imparato ad apprezzare questo Little Factory. Se vi piacciono i giochi di creazione della vostra mano, di carte da spendere per un qualcos’altro e con le premesse sopra descritte, siete nel posto giusto. Se invece cercate lo schiacciasassi di prima, non è parcheggiato qui.

Un posto sempre giusto in cui trovarsi è, sicuramente, il sito di Magic Merchant.

Fabrizio Grugnaletti

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